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TURISMO: IL POZZO DELLE MORGE


Storia


E’ una profonda cavità spaccata tra le rocce alle falde del monte delle Morge, che sin dall’antichità ha suscitato l’interesse e l'immaginazione di storici e studiosi, essendo noto come Buca o Bocca di pozzo nella località Cineto  o Cinetto, come veniva chiamato anche dagli abitanti del luogo.

Ritenuto da alcuni un profondo cratere formato dalla natura nel territorio carsico (G. Marocco), fu da altri attribuito all’opera dell’uomo (A. Nibby, G. Morini, A. Zuccagni Orlandini), senza tuttavia stabilire il fine per il quale venne scavato.

Rifacendosi a Plinio, che descrisse l'Acqua Marcia, si ritenne che questa, proveniente dai monti Peligni, si immettesse nella cavità dopo aver attraversato il territorio dei marsi, il Fucino e la Valle Frigida, per poi discendere verso Roma. Viceversa Sesto Giulio Frontino, governatore della Britannia e curatore delle acque, ci dice che questa antica acqua sgorga da diverse sorgenti ed in particolare nel territorio tra Arsoli e Riofreddo.

L'Umanista e storico Biondo da Forlì (1392-1463) narra che "gettandovi un sasso di due libbre di peso, non perveniva atoccare il fondo se non dopo aver con pausa recitato due esametri di Virgilio".

Un fatto singolare legato a questo pozzo lo apprendiamo dalle antiche cronache della Terra di Scarpa: nel secolo XVI vi viene stabilita la "prigione per i delitti capitali". Nel Memoriale della Comunità et huomini della Scarpa si legge infatti: "Della prigione del pozzo ci contentiamo che non si mettino se non persone inquisite per cause capitali". Tale prigione venne impropriamente individuata da alcuni nella galleria del pozzo che è fatta risalire all'attuale via dell'Olivo.

Alberto Cassio nel suo tratatto "Corso dell'acque antiche" del 1756, lo colloca a mezzo miglio da Scarpa in località Cineto," incavato in uno scoglio di sasso vivo" confermando le misurazioni effettuate dal conte Antonio Venettini, rilevando un'apertura alla sommità di 12 palmi ed una profondità di 2296 palmi, dei quali gli ultimi 24 sommersi dall'acqua. Singolarmente osservava che la cavità costituiva rifugio per le rondini che vi avevano trovato un ambiente ideale per costruirvi i loro nidi in primavera.

                                                                                         



Esplorazioni

E' citato da Diego Revillas che lo indica nella sua carta della diocesi di Tivoli del 1739 come "Pozzo". Viene citato ancora da Segre (1948) come pozzo "non molto profondo", sebbene fosse ritenuto tale da Cappello che lo indica come "piu' grande della Voragine di Montespaccato".


Il Touring Club Italiano nella "Guida del Lazio" d riporta ancora un'antica ed errata descrizione: "pozzo artificiale scavato molti secoli fa, di sezione circolare, largo meno di 3 mt e profondo oltre 500, solo per pochi metri occupato dall'acqua".

Fu esplorato negli anni '20 (probabilmente nel 1925) dal C.S.R. (A. Datti, C. Franchetti e C. Zileri dal verme).

Recenti esplorazioni hanno permesso di rilevare che il pozzo è impostato su una frattura con direttrice NNE/SSW con un diametro di circa 3 mt. alla luce, sprofonda per 51 mt. perpendicolarmente, per poi proseguire con uno scivolo detritico lungo 20 mt. che scende fino alla profondità di 58 mt., prevalendo l'ipotesi di una cavità naturale di origine carsica, caratteristica della natura del territorio. (Circolo Speleologico Romano /Rilievo Franco Consolini). 

Oggi il pozzo è chiuso da una pesante inferriata, tuttavia nessun visitatore si toglie dal lanciarvi un ciottolo per cercare di figurarne nella mente la profondità.                                                                   

                        
                                                                         










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